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Quel tremito sul gong che introduce il torpore esoterico in cui “Set the control for the heart of the sun” trascina l’ascoltatore. Banalmente, quando verso nel calice l’oro antico brillante del Dressel 19.2, della pompeiana Bosco de Medici, il pensiero corre alla evocativo brano dei Pink Floyd, e alla desolazione dei decumani vuoti, delle rovine del “municipio” romano cristallizzato al giorno successivo l’eruzione del 79 d.C.  Mi vengono in mente culti esoterici tardoantichi, “carbonari” che si riuniscono tra le rovine per venerare Baal e il Sol Invictus, al tempo di Eliogabalo. Una bevuta mistica, questo Caprettone macerato, le cui uve provengono dalla parcella più vecchia del cru “la Rotonda”. Piante che in alcuni casi raggiungono il secolo di vita. Vinificato a Pompei, nel luogo di una necropoli extramoenia di III – I secolo a.C. Le uve vengono fermentate in anfora e macerate con i raspi per 3 settimane. Il vino sosta 10 mesi nella terracotta di Impruneta e successivamente in bottiglia. L’etichetta è la massima espressione di come la veste possa aiutare a spiegare il vino. Un coppiere, che riporta alle figure rosse e nere delle ceramiche archeologiche, studiate tra ‘800 e ‘900 da Heinrich Dressel. Un vino che riesce ad evitare la banalizzazione modaiola degli orange wine, troppo spesso omologati da un olfatto ossidativo, chiuso dai sentori di miele, cera d’api e marmellate d’ogni genere; appiattiti da un palato che perde la tensione acida troppo presto. Qui siamo su stilemi diversi, l’orange vesuviano si comunica con una verticalità, che dall’olfatto (resina, foglia di pomodoro, arancia candita, origano, rosmarino, pietra focaia) arriva ad un palato rigido, terso, sapido.

AEDODELVINO

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