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Garage dell’Uva è un progetto vitivinicolo che vale la pena seguire. La sede è a Settimo Rottaro, sul versante orientale dell’antico ghiacciaio pleistocenico, il cosiddetto Anfiteatro Morenico Ivrea.  La formazione geologica è un elemento assai caratterizzante del territorio.   Per questo, ritengo molto più significativa l’affermazione di un’indagine del contesto, in ragione di un’artigianalità che dovrebbe esaltarne le caratteristiche, piuttosto che la generica iscrizione ad un regime naturale, che spesso, in assenza di una fattispecie concreta, cela cialtroneria ed approssimazione. Non è questo il caso! Non sono contro un’idea di sostenibilità, piuttosto non mi affascina il termine “naturale”, come se si volesse prendere le distanze da tutte le meravigliose conquiste antropiche, e come se il vino, non fosse di per sé un “fatto” umano! Per cui mi scuseranno gli amici di Garage dell’Uva, ma credo che meritino maggiore considerazione, perché il loro lavoro, del tutto antropico, è assolutamente interessante e fortunatamente non è solo la natura a determinarlo. Il “pelandrone” di casa – Plandrùn – da uve Erbaluce, colpisce per la sua pulizia organolettica, suggerendo perizia nel gestire la vigna e le seppure minime operazioni enologiche.  Apprezzo la gestione delle fasi di vinificazione e fermentazione con il supporto di bucce, raspi e grappolo intero. Il legno dona ampio respiro al vino, senza condizionarne la corretta evoluzione. Nerbo e calore sono il risultato organolettico di questo approccio. L’oro antico veste il calice coerentemente con una successione di sentori, introdotti dal miele di melata e castagno, sostenuti da frutta a polpa gialla e tarassaco, che si risolvono in una mineralità di roccia. Il palato ha un ingresso ancora sferzante, che troverà nel tempo il suo equilibrio. La verticalità di bocca, spinta da elementi salini e da un’acidità pregevole, propone una bevuta estiva, gradevolmente scorrevole e nient’affatto banale. 

AEDODELVINO