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Una ferita nel cielo e un’esplosione di luce là, oltre il Monte Lupone, albeggia, è il giorno che reclama il suo spazio. Tra i filari, i zoccoli di Garibaldi affondano in un substrato bruno di calcari e dolomie. Da tempo Marco Carpineti ha abbracciato i principi dell’agricoltura sostenibile nell’approccio alla viticoltura. Il cavallo, come da tempo immemore si fa in Francia, evita il compattamento del terreno e favorisce un ambiente microssigenato utile alla proliferazione della fauna entomologica e degli apparati radicali di tutte quelle specie vegetali, che ben si sposano con la crescita della vite. La collina di Cori si trova sulla dorsale dei monti Lepini, a sud est di Roma, ed è in questo ambiente, tra i 200 e 400 metri, che Marco, seguendo i dettami della #biodinamica, coltiva le sue uve e produce i suoi vini. Un contesto dall’orogenesi vulcanica complessa, che offre una stratigrafia ben esposta, testimone della presenza di strutture carbonatiche risalenti al cretaceo, che nella fasi dell’orogenesi dei monti Lepini si è arricchita di materiale silicoclastico, argilloso fine e tufaceo. Uno scenario dagli ampi fenomeni carsici, a regolare il flusso delle acque meteoriche.  Il terroir si completa con le uve autoctone dell’areale (tra cui, Nero buono di Cori e il Bellone, localmente detto Cacchione), coltivate nei circa 40 ha di vigna, con esposizione sud/sud-ovest nelle località Capolemole, Pezze di Ninfa e Valli San Pietro. Proprio dalle uve Bellone, nasce lo Nzù. Vinificato in anfore di terracotta da 450 e 700 litri con fermentazioni spontanee e lieviti indigeni. Il naso di questo vino è mediamente intenso e si avvolge con note di pesca e mela golden, fieno e ginestra, il tutto ammantato da olezzi di pietra focaia. 

AEDODELVINO

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