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L’intransigenza della consapevolezza è il traguardo di un io che, maturando, comprende la propria dimensione e si affranca dai compromessi.  L’universo di Salvatore Magnoni è diviso tra la sua plurisecolare dimora a Rutino, dove tra Clash e Red Garland, prendono forma le sue creature – mappatura delle suo andare esperienziale – e la vigna, su uno spigoloso declivio, a 250 mt. di altitudine, che punta a sud ovest, guardando il fluire dell’Alento verso il mare.  Basso impatto e, appunto, niente compromessi. Prima di tutto l’Aglianico (in gran parte clone Vulture), dal quale nascono il Rosso del Ciglio, che nell’ultima versione ha un piglio glicerico degno di un Amarone, e il Primalaterra, nel quale il varietale, anche grazie all’affinamento prolungato, propone i suoi terziari classici.  Recentemente hanno fatto il loro ingresso nella produzione: un rifermentato (falanghina, fiano e malvasia) dalla bolla inaspettatamente elegante e dissetante; un Rosato, che a parer mio, mantenendo una discreta pulizia di bevuta, è ciò che più lega Salvatore al mondo dei vini naturali.