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Se c’è una cosa che non manca al nostro territorio, sono le materie prime agroalimentari e senza dubbio, la storia, radici profonde dalle quali sgorgano ataviche ed ancestrali pratiche che l’uomo ha saputo tramandare nei secoli.

Il protagonista di questa storia era in via d’estinzione, ma a dimostrazione di quanto riportato precedentemente, uomini e donne del vesuviano, incapaci alla resa, hanno saputo riportarlo in auge, ed oggi rappresenta un fiore all’occhiello del patrimonio slow food vesuviano.

La qualifica di “Centogiorni” è dovuta alla sua capacita di maturare in cento giorni, appunto, dalla semina. Quest’ultima viene praticata intorno ai mesi di ottobre – novembre. La raccolta, come da calcolo rigoroso, viene effettuata all’inizio della primavera (molto dipende dalle caratteristiche microrganiche dei terreni vesuviani).

Il recupero è stato fortemente voluto dalla condotta Slow Food del Vesuvio, in memoria di un bacino di coltivazione che ancora negli anni ’70 del ‘900 misurava circa 500 Ha.

Tuttavia, con lo spopolamento della campagna e la diminuzione della forza lavoro, oltre che per il fatto che questa varietà ha rese basse e quindi spesso incompatibili con un pieno sostentamento della famiglia, a partire dagli anni ’80 conobbe un paio di decenni di piena crisi. Quest’ultima ne stava decretando l’estinzione.